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Samudra Manthana - La zangolatura dell'oceano di latte

Aggiornamento: 19 gen

Samudra Manthana, la zangolatura dell'oceano di latte, è uno dei miti più significativi dell'induismo. Viene menzionato nel Bhagavat Purana, nel Vishnu Purana e nel Mahabharata. La traduzione letterale delle parole "Samudra Manthana" significa agitare l'oceano: la parola "Samudra" significa oceano e "Manthan" significa agitare, zangolare.


Un giorno Indra, il re dei cieli, mentre attraversa il regno degli dei a cavallo del suo elefante incontra il saggio Durvasa, noto per il suo carattere scontroso. Il saggio Durvasa gli offre una ghirlanda di buon auspicio e prosperità. Il Signore Indra accetta la ghirlanda, ringarzia il saggio e la lascia cadere sul collo del suo elefante. L'elefante getta la ghirlanda a terra. Indignato da questo atto di orgoglio e di mancanza di riguardo, il saggio Durvasa maledice Indra e tutti gli altri dei condannandoli a perdere tutti i loro poteri, le loro energie e le loro fortune.

A causa della maledizione i Deva (dei), privi dei loro poteri, iniziano a perdere tutte le battaglie contro gli Asura (demoni). Bali, il signore degli Asura, vince la battaglia contro i Deva e ottiene il controllo dell'intero universo. In preda alla disperazione, gli dei decidono di rivolgersi a Vishnu, colui che governa e mantiene l'equilibrio nei mondi. Vishnu rivela che solo l'Amrita, il nettare che risiede sul fondo dell’oceano celeste di latte, può renderli di nuovo forti e immortali.

Tuttavia, l’oceano avrebbe dovuto essere mescolato per far emergere il nettare, e questo è un compito che non possono fare da soli, considerando che sono privi di energia.

Chiedono dunque l’aiuto degli Asura, attirandoli con la promessa del nettare dell'immortalità.

La zangolatura è il processo di produzione del burro dal latte: si mescola tramite la zangola vigorosamente il latte per separare il burro/crema dalla parte acquosa del latte.


Per zangolare l’immensa distesa di latte, decidono di utilizzare, come bastone da zangola, il monte più alto dell’ universo, il monte MANDARA e, per staccarlo dalla sua sede, interviene GARUDA, l’aquila divina, veicolo di Vishnu, che porta il monte al centro dell’Oceano.

VASUKI, il re dei serpenti, diventa la corda da avvolgere intorno al monte affinché questo, ruotando, smuova il mare. I Deva tengono la coda del serpente, gli Asura la sua testa.

Le due parti cominciarono a tirare, facendo girare la montagna, ma questa comincia ad affondare. Vishnu, per rimediare, assume la forma di KURMA (la tartaruga) e si posiziona la montagna sulla schiena per offrire supporto e punto stabile affinché la zangolatura possa continuare.

Dopo un lunghissimo periodo di tempo dall'oceano iniziano a emergere una varietà di creature e sostanze, tra cui il veleno più letale, HALAHALA, che viene ingerito da Shiva. Questo veleno però non viene bevuto, ma viene trattenuto e neutralizzato nella gola di Shiva: questo è il motivo per cui viene chiamato NILAKANTHA ( gola blu) e spesso rappresentato con la lingua blu. Tuttavia alcune gocce sono sfuggite e sono state leccate da serpenti e scorpioni e sono la fonte del loro veleno;

Emergono inoltre:

Surabhi, la mucca dell'abbondanza, fonte perenne di latte e burro, che soddisfa tutte le esigenze;

Vârunî, la dea del vino, figlia di Varuna ;

Pârijâta, l'albero del paradiso che profuma il mondo con la fragranza dei suoi fiori;

Chandra, la luna;

Uchaishravas, il cavallo bianco, l'antenato di tutti i cavalli, le cui sette bocche simboleggiano i sette colori dell'arcobaleno;

Airâvata, l'elefante bianco che divenne la cavalcatura di Indra;

le Apsarâ o ninfe celesti;

Lakshmi, la dea della bellezza e della fortuna, seduta su un loto;

Kaustubha, la coscienza impeccabile, il gioiello che adornava il petto di Vishnu e il suo avatar Krishna.

Alla fine emerge Dhanvantari, il padre della medicina ayurvedica che tiene tra le mani una tazza, kumbha, piena di Amrita, il nettare dell'immortalità.


Non appena vedono quest'ultimo, gli Asura si precipitano verso di lui e afferrano la coppa prima che i deva possano intervenire. Ma Vishnu, assume la forma di Mohini, la donna più bella del mondo, e ammaliando gli Asura riesce ad appropriarsi della coppa e e donarla ai Deva.



IL MITO tratta dal Libro "Tantra" di Rudra-Luca Vicenzini


Il Frullamento dell’Oceano di Latte, che affronteremo in parallelo sia da un punto di vista psicologico che cosmogonico, fu spesso usato a livello alchemico per raffigurare la trasformazione delle tossine (āma) in nettare (soma o candra o rasa o amṛta), ma anche come parafrasi della creazione dell’universo. Le divinità (Deva), che rappresentano, in un’ottica psicanalitica, le funzioni nobili dell’inconscio, ed i demoni (Asura), che invece ne incarnano quelle nefaste, sorvolano l’oceano oscuro (salīla, lo spazio informe; mahāsāgara, il grande oceano; kurukṣetra, il campo delle possibilità; mahāśūnya, il grande vuoto), profondo ed ancora non manifesto, quindi imperscrutabile, avidi del fatto che, entrambi gli schieramenti, hanno bisogno del nettare per trarne nutrimento. L’oceano deve essere frullato per far sì che da esso, sostanza grezza e non commestibile, emerga la bianca amṛta (che nell’ottica alchemica rappresenta l’elisir di lunga vita ed in questa cosmogonica rappresenta la creazione dei mondi sensibili di cui entrambi si nutrono), ossia il nettare che nutre gli esseri sovrannaturali e che darà la vita ai vari mondi.
Per operare il Frullamento dell’Oceano di Latte o zangolare l’oscuro mare (inconscio) e tirarne fuori la vita luminosa (inconscio superiore, il Sé), essi estirpano il gigantesco monte Mandara (l’Axis Mundi junghiano, in altre interpretazioni anche metafora della colonna vertebrale: madhya o merudaṇḍa) ed utilizzano per lo scopo l’enorme serpente a sette teste Vāsuki o Śeṣa o Ananta (espressione della forza vitale creatrice, in altre interpretazioni anche metafora della kuṇḍalinī). Poggiano il monte a testa in giù sulla tartaruga (kūrma) simbolo della longevità e della vita eterna.
La tartaruga nei trattati di Yoga fisico è sempre contrapposta alla lepre, quest’ultima vive a causa del suo respirare frenetico solo sette anni contro i cento del lento e meditativo rettile. Vāsuki viene attorcigliato intorno al monte ed i numi iniziano a frullare l’oceano: agli Dèi spetta la coda e ai demoni la testa. Sono tutti affamati perché nel periodo vedico sono entrambi mortali e necessitano dell’amṛta per sopravvivere. Mentre sono intenti a trasformare l’oscurità in luce, il serpente sputa del veleno (hālāhala o viṣa), simbolo anch’esso di una, grezza e caustica, manifestazione iniziale.
All’inizio il veleno indebolisce gli Asura, ma prima che intacchi anche i Deva interviene l’onnipotente Śiva, in alcune versioni del mito aiutato dalla Devī (la Dea). L’unico che poté evitare che il veleno fosse dannoso fu lui, bevendolo divenne blu come il cielo e trasformò la nescienza in coscienza, eliminando gli scarti cosmici rese possibile e fruibile la vita biologica. Śiva diviene così Māyūreśvara, il signore dei pavoni, e la sua gola diviene blu (nīlakaṇṭha) a causa del veleno; in altri miti tale associazione con il pavone, soprattutto con le sue piume, ha a che fare con la creazione dell’universo in cui la coda rappresenta proprio la manifestazione (apertura della coda) ed il riassorbimento (chiusura della coda).
Questo permette agli esseri sovrannaturali di portare a termine la loro azione. Prima che il nettare sgorghi, dall’oceano escono però gioielli, fiori ed altri oggetti di valore a rappresentare i poteri sovrannaturali (siddhi) che si attivano prima dell’illuminazione, ma assieme ad essi escono anche gli istinti più bassi.
Da un punto di vista metafisico l’inconscio (oceano) è dimora, infatti, sia per le virtù (amṛta) sia per i vizi (hālāhala).
Alla fine di tale lunga sequenza, l’amṛta erutta rigogliosa come sinonimo della gioia della libertà illuminata (mokṣa), mentre, in un’ottica creativa, rappresenta l’eiaculazione del mondo che conosciamo con tutta la sequela dei piani sottili. L’attrito ed il lavoro degli opposti (dvandva), rappresentato da Deva ed Asura, porta dunque alla creazione caustica del complicato piano evolutivo di cui facciamo parte.

La storia può essere interpretata come la metafora di ciò che accade quando iniziamo la pratica yoga.

Iniziamo a muovere l'energia, il prana. E' un processo molto lento e arduo. Potremmo praticare per anni prima di sperimentare i doni della pratica.

Come si dice nella storia, non succede nulla per diverse migliaia di anni.

In seguito, quando finalmente qualcosa emerge dall'oceano, non è l'amrita ma piuttosto il veleno Halahala.

La simbologia qui è che spesso, quando agitiamo le cose dentro di noi, quando iniziamo a guardare dentro, non sempre ci piace quello che scopriamo. Soprattutto se abbiamo evitato di guardare dentro per molto tempo.

Shiva rappresenta la coscienza pura: impariamo che anche le cose più oscure dentro di noi, viste alla luce della consapevolezza, possono essere innocue. Finché li riconosciamo, li teniamo nella nostra consapevolezza e continuiamo a scegliere il contrario, stiamo bene.

Quindi, per trasformare davvero l'oscurità o i veleni nella luce o nell'amrita, dobbiamo abbracciare ogni aspetto di noi stessi.

Infine la pratica potrà rivelarci la bellezza interiore dell'anima e riconnetterci alla nostra saggezza più profonda.

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